Emigranti con la Samsonite

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Emigranti senza le valigie di cartone legate con lo spago

Sono sempre molto interessato alla reazione delle persone che incontro, nel momento in cui vengono a sapere che i miei figli vivono e lavorano a Londra. Si passa dai curiosi che vogliono conoscere le motivazioni della scelta e il percorso che hanno fatto, ai dubbiosi che credono che alla fine le opportunità le avrebbero potute avere anche qui in Italia, agli entusiasti che mi dicono di aver fatto bene a permettere ai miei figli di fare esperienze internazionali, ai critici che mi accusano di egoismo perché avrei spinto i miei figli a fare quello che avrei voluto fare io e che non sono stato capace, e poi ad altre reazioni di genere diverso.
Tutti però, nessuno escluso, non si rendono conto di quanto difficile sia avere le persone a cui tieni di più, così lontane da casa. Emigranti non più con le valige di cartone legate con lo spago, ma pur sempre emigranti.
Nicole e Filippo sono usciti di casa all’alba dei diciotto anni. Hanno preso la loro valigia e se ne sono andati a studiare in una Università del Regno Unito, in una città con un grande faro rosso e bianco, che illumina una baia di mare grigio, quasi sempre in tempesta.
Un luogo con poco sole e molta pioggia, nel quale, probabilmente, studiare diventa ancora più difficile, guardando le gocce di acqua fredda che scorrono lungo i vetri della finestra.
Un mondo diverso dal nostro, dove anche i giovani aspettano il venerdì sera per uscire, con il preciso scopo di ubriacarsi e, visto che la birra nei pub costa parecchio, iniziano l’operazione in casa, tracannando superalcolici di poco prezzo acquistati da Tesco.
Un mondo, però, che, negli altri momenti della settimana, è molto più serio del nostro. Un mondo dove le capacità personali vengono premiate e il lavoro viene ricompensato con il giusto valore. Un luogo dove forse ci sarà anche la corruzione, ma non è un fenomeno universale come a casa nostra, e dove, una volta finita l’università, le opportunità di trovare un lavoro esattamente per quello per cui hai studiato, sono molto alte.
Nicole e Filippo, pur essendo ancora molto giovani, lavorano ormai rispettivamente da tre e due anni e, per fortuna, da un po’ di tempo, condividono un appartamentino a Londra, e non sono più costretti a dividere gli spazi del frigorifero, o turnare il bagno, con altri coinquilini in camere di affitto.
La nostra vita e i nostri rapporti scorrono tra messaggi su whatsapp e l’oretta trascorsa assieme, ai due lati dello schermo di Skype, alla domenica sera, quando, alla fine, ci auguriamo sempre di trascorrere una settimana serena e chiudiamo il collegamento con un bacio in perfetto stile mediterraneo.
Mamma e papà sono contenti, si, ma sono tristi. Tristi di poter godere così poco della vicinanza dei propri cuccioli, ma sereni di sapere di aver dato loro delle ali forti che li farà volare sicuri negli infiniti cieli del mondo.
Nasce quindi la voglia di fare ancora qualcosa assieme, qualcosa come quando percorrevamo i sentieri delle Alpi Giuli, delle Carniche o degli Alti Tauri, e loro erano dei piccoli coboldi che trotterellavano alla ricerca di impossibili cristalli.
Nel settembre del 2015 Mamma lancia una sfida. Una sfida enorme per una come lei che, pur possedendo un fisico da atleta, ha sempre preferito le pagine dei libri alle tenzoni agonistiche. Ma questa sarà la storia che racconterò nel prossimo post …

 

2 pensieri su “Emigranti con la Samsonite”

  1. In attesa del seguito, mi sento di fare il seguente commento: la scelta di proporre ai figli di completare gli studi all’estero è indiscutibilmente legata a visioni e decisioni personali e familiari. Fatto bene o fatto male? Io direi che avete fatto ciò che avete ritenuto opportuno per la vostra famiglia, per e con i vostri figli. Quindi giusto così.
    Ciò che mi rattrista è invece assistere a una emorragia di ragazzi pre- o post-laurea, quasi obbligati ad andarsene a causa delle difficoltà del Paese. Con un po’ di ottimismo, però, penso e spero che questo fenomeno possa avere delle ricadute positive: dopo aver acquisito più conoscenze, con un’apertura mentale più ampia potranno, forse, desiderare di tornare a riprendersi un Paese che noi genitori non abbiamo saputo condurre seriamente.
    Marina
    Ps: bellissimo questo equilibrio familiare online e offline!

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  2. Io sono partito a 29 anni, ben 16 anni fa ormai e senza Samsonite con solo due valigie grazie ad un contratto di lavoro ed una speranza di costruirmi un futuro per me, ma i rapporti con gli amici e la famiglia sono messi a dura prova… Chi pensa di poter trovare simili opportunità’ in Italia e’ un illuso, un ottuso o un raccomandato, oramai le famiglie sono costrette a diventare flessibili, se guardo a chi arriva ora dall’Italia profugo, ramingo ed in cerca di qualcosa per ricominciare mi viene solo un gran magone…

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