Ieri ero seduto ad un piccolo tavolo di ristorante, uno di quei luoghi non-luoghi, in cui ci si ferma per una pausa, attorniati da agenti di commercio scamiciati e manutentori con gli scarponcini antinfortunistici ai piedi e il giubbino arancione ad alta visibilità ancora indossato. Un posto dove paghi un prezzo fisso di dieci euro e puoi mangiare al buffet quello che ti pare. Cose che sembrano sempre diverse, ma che alla fine sono sempre la stessa cosa.
E allora, invece di guardare la bottiglietta d’acqua naturale che il cameriere ti ha messo davanti, o il piatto di vitello tonnato, che ha un aspetto triste e depresso, preferisci guardarti attorno a cogliere immagini del mondo che ti ruota attorno.
E, proprio al tavolo accanto al tuo, c’è una strana coppia, una coppia che, te ne accorgi soltanto adesso, un po’ tutti stanno spiando di sottecchi e i manutentori, con i pantaloni macchiati di ruggine dei tombini, la stanno commentando.
Un cinquantenne abbronzato, ma forse con qualche anno di più, vestito di quel casual che è tutto meno che casuale, con il foulard di tinte pastello, perfettamente in tono con il maglione di cashmere griffato, seduto assieme ad una bella ragazza venticinquenne, sportiva, luminosa, che lo guarda estasiata, mentre lui parla, parla, dei suoi successi di lavoro. Oddio, non che mi sia messo ad ascoltare, ma era impossibile non sentire.
Lei un po’ nervosa con lo smartphone nella mano sinistra, lui che ogni tanto, timidamente, quella mano accarezza.
Una strana coppia, con troppi anni di distanza, una coppia che la gente comune fa ancora difficoltà ad accettare, anche se ormai il nostro mondo ci sta abituando a tutto.
Ma nell’attimo stesso in cui bevo un sorso d’acqua troppo fredda, per buttare giù l’ultima oliva ascolana, trilla veloce il cellulare della ragazza. Un trillo breve di quelli che annunciano un whatsapp e illuminano lo schermo. Lei che guarda, lui che s’indigna e le dice di smetterla con un tono di voce forse un po’ troppo elevato. E lei che risponde con una parola che mi fa chiudere gli occhi, appoggiare la nuca contro la parete dietro di me, con i lombi appoggiati alla finta pelle del divanetto, a ricordarmi qualcosa di accaduto quasi trent’anni fa …
Risalivo a passi lenti questo sentiero tra faggi e larici, in mezzo a felci odorose e cespugli di mirtilli. Continua a leggere “Pausa pranzo”