Dovremmo interrogarci sul perché la Germania, nonostante non abbia un costo del lavoro inferiore a quello italiano e, comunque, certamente superiore a quello della Cina o degli altri paesi emergenti, viva un momento economico tanto positivo.
Su base annua, la crescita del Pil del secondo trimestre è stata del 4,1% e, in base al dato corretto per i giorni lavorativi, del 3,7%. Dai dettagli del rapporto dell’istituto statistico di Wiesbaden emerge che a trainare la crescita del Pil tedesco sono stati soprattutto le esportazioni con un un +8,2% e gli investimenti con un +4,4%.
Che cosa hanno di più gli imprenditori tedeschi rispetto agli italiani? Forse soltanto la fiducia che io vedo, il piccolo imprenditore italiano sta perdendo o ha già perso.
Abbiamo bisogno di riforme strutturali, una revisione della pressione fiscale, la revisione degli oneri sociali, il migliormaneto dell’accesso al credito.
Ce la faremo?

Sono perplessa dalla foto che hai scelto per accompagnare il tuo post … mah!
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Era l’unica che avevo sotto mano che ricordava una locomotiva tedesca 🙂
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Rudi ne vuoi parlare seriamente?
Iniziamo dalle esportazioni, vuoi mettere a confronto l’ICE con l’equivalente tedesco? I tedeschi sono partiti prima di noi in Cina a trovare manodopera a prezzi ridotti e non verso l’Albania o la Rumania come i nostri imprenditori.
Vuoi mettere la qualita’ di una Siemens o Miele con un’equivalente Zanussi nostrana? Quando inizieremo ad offrire garanzie per 4 anni e non su 2 anni base forse qualcosa si muovera’.
Siamo troppo legati alla produzione e poco alla commercializzazione, per non parlare dell’assenza o quasi di Ecommerce e di Business To Business.
Siamo oramai un mercato di consumo piuttosto che di trasformazione o di produzione e non vedo cambiamenti rapidi che possano influenzare lo status quo.
Specie con un mercato del lavoro stagnante che premia l’anzianita’ piu’ della qualita’ dei partecipanti…..
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Certo che ne voglio parlare seriamente.
Sono perfettamente d’accordo con te. Il mio post voleva appunto sollecitare una franca discussione.
Io ritengo che i nostri imprenditori stiano a metà del guado. Non abbiamo più i prezzi concorrenziali e non siamo il top come eccellenza di prodotti e servizi.
Ci piangiamo addosso molto spesso parlando di Romania, India e Cina e in generale di paesi che ci stanno portando via le grandi produzioni soltanto perché costano di meno, senza pensare che è quello che abbiamo fatto noi nel passato.
Nel 1800 la Gran Bretagna era leader mondiale nel comparto tessile e noi glielo abbiamo portato via soltanto perché eravamo meno costosi. Ma la Gran Bretagna non è morta. Ha diversificato la propria presenza sui mercati e ha trovato una sua strada. Questo dobbiamo fare anche noi, i nostri imprenditori si sono per troppi anni confrontati con il mercato usando come leva soltanto i prezzi di vendita più bassi.
Hai ragione quando dici che ci siamo dedicati troppo alla produzione e poco alla creazione di reti commerciali e distributive. Basti pensare al distretto della sedia di Manzano che è vissuto benissimo finché i tedeschi, che compravano il prodotto e lo rivendevano nel mondo, non hanno trovato qualcuno che faceva le sedie con il nostro stesso standard e a prezzi molto più bassi. Se il mercato lo avessimo avuto in mano noi, non ci sarebbe stata storia.
Ma la nostra è anche una crisi strutturale. Le nostre aziende sono sottocapitalizzate e il sistema finanziario non le aiuta. Con il regimi fiscale e l’incertezza politica, poi, nessuno straniero si pensa più di investire nelle aziende italiane. Per questo, nel mio post, dicevo che devono essere fatti interventi strutturali che mettano le aziende in condizioni di competere. Poi è chiaro che il resto ce lo dovrà mettere l’imprenditore
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Il problema e’ che in Italia ci si e’ inventati imprenditori senza capitali o senza saper vendere e reinvestirsi.
Interventi strutturali da parte del governo o del pubblico aiutano ma non possono sostituire la valorizzazione del capitale umano e la produttivita’.
I modelli industriali moderni sono in gran parte partecipativi, in Italia invece siamo ad inventarci lo stage costituzionalizzato per ridurre i costi interni senza capire cosa veniamo a perdere in termini di qualita’.
In molte aziende, mia compresa, l’esternalizzazione e’ stata fatta sui processi marginali in ottica riduzione dei costi, ma le persone critiche le si e’ premiate e cercate di valorizzare in ogni modo, finche’ non lo si capisce ed e’ molto raro nel nostro Triveneto, figurarsi altrove, non si va da nessuna parte.
Buon weekend,
Riccardo
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